Il Natale 2025 resterà impresso nella memoria collettiva non per le nevicate spettacolari, ma per il momento in cui le Dolomiti hanno deciso di dichiarare la propria fragilità attraverso una scelta senza precedenti: l’introduzione del numero chiuso sulle piste da sci. Ciò che è accaduto a Madonna di Campiglio nei giorni precedenti la festività non è stato un semplice esperimento gestionale, ma un cambio di paradigma che ha trasformato le montagne in un laboratorio a cielo aperto tra tecnologia, economia e nuove sensibilità ambientali.
Il cuore della vicenda risiede in un muro digitale che ha regolato l’accesso ai comprensori. Per la prima volta, i tornelli si sono fermati non per un guasto meccanico, ma per il raggiungimento di una soglia di sicurezza calcolata con precisione ingegneristica. Mentre in passato la capacità di carico era legata esclusivamente alla portata oraria degli impianti, oggi gli esperti applicano una complessa equazione di capacità dinamica. Portando lo spazio vitale per ogni sciatore dai tradizionali 150 ai 250 metri quadrati, le amministrazioni hanno garantito un calo degli incidenti del 60%, ma hanno contemporaneamente imposto una riduzione tecnica degli ingressi del 18%. Questa misura ha trasformato l’esperienza sulle piste, rendendola più fluida e sicura, ma ha inevitabilmente acceso un fuoco di polemiche sui social media.
Nelle piazze digitali si è consumato un acceso scontro di visioni. Molti utenti hanno accusato il sistema di voler creare un turismo d’élite, un “club esclusivo” accessibile solo a chi può permettersi prezzi crescenti e prenotazioni effettuate con mesi di anticipo. Il timore di una “privatizzazione” della montagna ha dominato i commenti di chi vede svanire la libertà della gita fuori porta. Di contro, una fetta consistente di pubblico ha difeso la scelta come l’unica via per salvare l’ecosistema e la qualità del servizio, lodando la fine delle code chilometriche e del caos che aveva caratterizzato gli anni precedenti. Anche la mobilità ne ha beneficiato, con una gestione predittiva dei flussi che ha ridotto i tempi di attesa sui passi dolomitici del 75%, abbattendo sensibilmente le emissioni di CO_2 nei centri abitati di valle.
A rendere l’atmosfera ancora più tesa è stata la crisi climatica, evidente agli occhi di chiunque osservasse il paesaggio. Con precipitazioni naturali ridotte al 10% della media storica, il manto nevoso è diventato un prodotto quasi interamente tecnologico. L’85% della neve presente a Natale è stata prodotta artificialmente, un’operazione che richiede un dispendio enorme di risorse: mille litri d’acqua per soli due metri cubi di neve, sostenuti da un consumo energetico di 2,5 kWh per metro cubo. Il numero chiuso è diventato quindi una necessità economica: meno sciatori significa meno usura del manto artificiale e, di conseguenza, un risparmio del 25% sulle ore di lavoro dei gatti delle nevi e sulla necessità di nuovi cicli di innevamento notturno.
Sullo sfondo di questa trasformazione, le Dolomiti si preparano alle Olimpiadi del 2026 tra incertezze e speranze. La rimozione simbolica di alcuni loghi olimpici in Val di Fiemme e l’instabilità delle rocce dovuta allo scioglimento del permafrost ricordano che la sfida è prima di tutto esistenziale. Il Natale 2025 chiude dunque un’epoca, sancendo che la montagna, per sopravvivere alla propria popolarità e ai mutamenti del clima, deve accettare l’idea del limite. Non è più solo una questione di ospitalità, ma di un delicato bilancio idrico, energetico e sociale che cerca di definire quale sarà il volto delle Alpi nei decenni a venire.





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