DOLOMITI – C’è un rumore che domina le notti d’alta quota nel dicembre del 2025, ed è un urlo metallico. Non è il vento tra le guglie di dolomia, ma il ruggito dei cannoni che sparano ghiaccio polverizzato contro il tempo che scorre. Se abbassiamo il volume del marketing invernale e spegniamo le luci delle baite, quello che resta è il resoconto di una guerra di logoramento in cui la montagna è, al contempo, il campo di battaglia e la principale vittima.
La Metamorfosi del Terreno
Per far sciare milioni di persone, abbiamo smesso di adattarci alla montagna e abbiamo iniziato a modellarla come una scultura di fango e cemento. Negli ultimi cinque anni, il paesaggio ha subito ferite profonde. Per garantire piste sempre più larghe e sicure, i versanti sono stati “pettinati”: una pratica che nel gergo tecnico significa sbancamenti massicci, rimozione di massi ciclopici e sradicamento della vegetazione autoctona. Il risultato? Un terreno impermeabilizzato, privato della sua naturale capacità di trattenere l’acqua, che al primo temporale estivo si trasforma in uno scivolo per detriti, aumentando il rischio idrogeologico che poi piangiamo in cronaca.
Il costo ambientale inizia sotto i nostri sci. La neve artificiale non è neve; è un aggregato di cristalli di ghiaccio densi e pesanti, con una struttura fisica che soffoca il suolo. Sotto quella coltre compressa da tonnellate di gatti delle nevi, il terreno gela più profondamente, uccidendo la microflora e ritardando il risveglio della biodiversità primaverile. La montagna, in pratica, viene messa in uno stato di coma farmacologico per sei mesi l’anno.
Il Sacrificio dell’Acqua: Il Sangue delle Valli
Il costo più brutale, tuttavia, è quello che non si vede: l’emorragia idrica. Per innevare i comprensori dolomitici in questo Natale 2025, sono stati sacrificati milioni di metri cubi d’acqua in un momento di siccità critica. Abbiamo “sequestrato” l’acqua dei torrenti e dei laghi per trasformarla in divertimento effimero. Quando questa neve fonderà, in primavera, non filtrerà dolcemente nel terreno per ricaricare le falde, ma scorrerà via velocemente verso valle a causa della compattazione delle piste, lasciando le vette “assetate” proprio quando ne avrebbero più bisogno.
Monetizzare il Sacrificio: Il Mercato sull’Orlo del Baratro
Se guardiamo agli ultimi cinque anni, il mercato dello sci sembra un pugile che incassa colpi sempre più pesanti restando in piedi solo grazie all’adrenalina dei prezzi. Nel 2020, uno skipass giornaliero costava mediamente il 30% in meno rispetto agli 80 euro sfiorati oggi a Madonna di Campiglio o Cortina.
Il mercato sta reggendo l’urto? La risposta è un “sì” matematico che nasconde un “no” etico. La domanda è rimasta alta, ma la base dei praticanti si è ristretta drasticamente: lo sci è diventato uno sport per l’1% della popolazione mondiale, un lusso che richiede un reddito sempre più alto per compensare i costi energetici folli (saliti del 150% in un quinquennio) necessari a sfidare il riscaldamento globale. Le società degli impianti sono in un “loop” pericoloso: per coprire le spese folli della neve artificiale devono alzare i prezzi; per giustificare i prezzi alti devono offrire piste perfette; per avere piste perfette devono consumare più energia e acqua. È una rincorsa verso l’alto che sta espellendo le famiglie e i giovani, trasformando le Dolomiti in un parco a tema per croceristi della neve.
La Resa dei Conti
Cosa stiamo sacrificando sull’altare di una settimana bianca? Sacrifichiamo il silenzio, sostituito dal ronzio delle ventole e dei compressori. Sacrifichiamo l’oscurità, cancellata dall’inquinamento luminoso dei fari che illuminano i cantieri olimpici e le piste notturne. Ma soprattutto, sacrifichiamo la dignità di una montagna che viene trattata come un macchinario da riparare costantemente, anziché come un organismo vivente.
Il Natale 2025 ci ha sbattuto in faccia la realtà: stiamo pagando 80 euro al giorno per sciare su un’illusione. Il mercato regge ancora, ma la corda è tesa al massimo. La montagna ha già iniziato a presentare il conto sotto forma di ghiacciai che svaniscono e rocce che crollano. La domanda non è più quanto costi sciare, ma quanto siamo disposti a perdere della nostra terra per un’ultima discesa su una striscia di ghiaccio sparato nel deserto.




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