di Giacomo Francesco Moscato
Le Dolomiti non sono solo un patrimonio UNESCO, un paesaggio da cartolina o una destinazione turistica. Sono un sistema di valli abitate tutto l’anno, con persone che lavorano, studiano, invecchiano, si ammalano, mettono su famiglia. Eppure, se si ascolta ciò che accade nelle cronache locali, nei comunicati dei comitati e nelle discussioni pubbliche, emerge una frattura: tra l’immagine della montagna-vetrina e la realtà della montagna che prova, ogni giorno, semplicemente a restare vivibile.

Sanità in montagna: cosa sta accadendo.
Per capire cosa succede alla sanità nelle Dolomiti, conviene partire da un luogo preciso: Feltre, territorio dell’ULSS 1 Dolomiti, l’azienda sanitaria che copre gran parte della provincia di Belluno. Qui il tema non è astratto. È al centro di un conflitto politico e sociale esplicito, che ha assunto la forma di comitati, prese di posizione pubbliche e articoli di stampa.
Il “Comitato feltrino per il diritto alla salute – Giù le mani dalla sanità bellunese” denuncia da tempo una strategia che definisce “impoverimento progressivo della sanità pubblica in montagna”. Secondo il comitato, la dinamica è sempre la stessa: i reparti vengono ridimensionati, i servizi sospesi, il personale si riduce, i cittadini si abituano a chiedere meno, finché la rinuncia diventa quotidiana e quasi silenziosa. In un articolo pubblicato da Bellunopress nell’aprile 2025, dedicato proprio alla “sanità pubblica in montagna”, si parla di carenza cronica di personale nelle strutture dell’ULSS 1 Dolomiti e di un elenco crescente di episodi: dimissioni di infermieri, operatori socio-sanitari, fisioterapisti, ostetriche, difficoltà nel trattenere specialisti, presidi davanti agli ospedali per cercare di convincere i professionisti a non andarsene.bellunopress.it
Questa situazione non significa che gli ospedali siano chiusi o che i servizi non esistano più. A Feltre, per esempio, esiste ancora un servizio di senologia, che si occupa della diagnosi delle patologie al seno e della valutazione dei casi che possono richiedere interventi chirurgici. Il punto, però, è un altro: la percezione sul territorio è quella di un progressivo spostamento del baricentro dei servizi, di una sanità che, pur formalmente presente, si fa meno accessibile e più fragile per chi vive in montagna.
Dietro questa percezione c’è un intreccio di fattori. La geografia è uno di questi: in montagna le distanze non si misurano solo in chilometri, ma in tempo, condizioni delle strade, stagionalità, possibilità di spostarsi in sicurezza. Il secondo fattore è demografico: popolazione più anziana, con maggior bisogno di cure e meno capacità di muoversi. Il terzo è organizzativo: carenza di personale, turn over, difficoltà a coprire i turni in strutture periferiche, attrattività minore rispetto ai grandi centri.
Le istituzioni regionali e aziendali non negano la criticità della sanità di montagna. Nei documenti ufficiali, la sanità territoriale e la “sanità di prossimità” sono indicate come obiettivi strategici, anche attraverso strumenti come le Case della Comunità, la telemedicina e il potenziamento dei servizi di emergenza-urgenza. A livello nazionale e regionale è riconosciuto che le aree montane richiedono modelli organizzativi differenti rispetto alle città: più integrazione tra ospedale e territorio, più attenzione al ruolo dei distretti, maggiore uso delle tecnologie per ridurre gli spostamenti dei pazienti.
Ma la distanza tra enunciazioni e quotidianità resta ampia. Lo si vede, per esempio, quando i cittadini si scontrano con liste d’attesa lunghe, difficoltà nel trovare un medico di base, complessità nell’accesso alla guardia medica, servizi che formalmente esistono ma che, nella pratica, risultano difficili da usare in tempi utili. Non è sempre una “perdita netta” del servizio; spesso è un “disservizio cronico”: tutto c’è, sulla carta, ma funziona in modo tale da mettere alla prova la resistenza di chi vive nelle valli.
Mobilità dolomitica: servizi esistono, ma non per chi ne ha più bisogno.
La mobilità nelle Dolomiti è il secondo pilastro del problema. Non tanto perché manchino del tutto i mezzi, quanto perché l’organizzazione dei trasporti pubblici risponde spesso più alla logica dei collegamenti turistici o dei flussi verso la pianura che a quella dei bisogni quotidiani dei residenti.
Molte linee sono pensate “a pettine”: dalle valli verso la città o verso i poli principali, più che “ad anello” tra una valle e l’altra. Per chi deve andare a lavorare in un’altra valle, raggiungere un ospedale specifico o spostarsi per visite specialistiche, i tempi diventano sproporzionati rispetto alle distanze lineari. Gli orari, inoltre, sono spesso tarati sulle entrate scolastiche mattutine e sui rientri pomeridiani, lasciando scoperte le esigenze di chi lavora su turni, di chi ha appuntamenti sanitari in orari centrali o di chi deve raggiungere servizi solo parzialmente accessibili con i mezzi pubblici.
In inverno, la situazione si complica ulteriormente. Neve, ghiaccio, condizioni meteo variabili rendono gli spostamenti più lenti e più rischiosi, soprattutto per chi si muove all’alba o in tarda serata. In alta stagione turistica, invece, il problema è l’eccesso opposto: traffico intenso, valichi congestionati, tempi di percorrenza che raddoppiano. In entrambi i casi, il risultato è lo stesso: l’accesso ai servizi, sanitari e non, diventa meno prevedibile e più faticoso.
Dal punto di vista normativo, le Regioni e le Province autonome hanno margini per intervenire attraverso i contratti di servizio del trasporto pubblico locale. In teoria, questi contratti possono essere usati per progettare linee più adatte ai residenti, sperimentare servizi a chiamata nelle frazioni meno collegate, migliorare le coincidenze tra mezzi diversi, integrare le tariffe tra bus, treni e altri vettori. Esistono anche fondi nazionali e europei dedicati alle aree interne e montane, che possono cofinanziare soluzioni innovative. Il problema, ancora una volta, è l’uso concreto di questi strumenti e la capacità di coordinare le scelte tra vallate diverse, amministrazioni diverse, priorità spesso non allineate.
Dal punto di vista di chi vive in montagna, la differenza tra “perdita di servizio” e “disservizio cronico” qui è molto chiara. Raramente si assiste alla cancellazione totale di un collegamento che aveva una funzione vitale. Più spesso ci si trova di fronte a servizi esistenti ma poco utili: mezzi che passano, ma non quando servirebbe; linee che costringono a cambi multipli per percorsi relativamente brevi; tempi di viaggio che rendono impossibile conciliare lavoro, cure, famiglia. Anche in questo caso, a logorare la fiducia non è un singolo atto, ma l’accumulo di piccole difficoltà.
Casa e diritto all’abitare: la frattura più silenziosa
Se la sanità e la mobilità entrano spesso nel dibattito pubblico, il tema della casa nelle Dolomiti resta più frammentato, ma non meno decisivo. In molti centri turistici dolomitici – Cortina d’Ampezzo, alcune zone dell’Alta Badia, località del Cadore e dell’Agordino, valli trentine e altoatesine ad alta vocazione turistica – il mercato immobiliare si è polarizzato. Da una parte ci sono seconde case, appartamenti destinati agli affitti brevi, immobili che restano vuoti per gran parte dell’anno. Dall’altra ci sono residenti, lavoratori stagionali, giovani famiglie che faticano a trovare un alloggio stabile a condizioni sostenibili.
Qui non c’è un “servizio pubblico” che viene chiuso, ma un diritto che viene eroso nel tempo: il diritto a vivere nel luogo in cui si lavora e si è nati. Il mercato, da solo, tende a privilegiare le forme di utilizzo più remunerative: seconde case di pregio, affitti turistici brevi, vendite a prezzi elevati legati al valore paesaggistico e alla notorietà della località. Senza correttivi, questo processo produce un effetto chiaro: i residenti vengono spinti verso l’esterno, i paesi si trasformano in luoghi abitati a metà, vivi solo in alta stagione.
Dal punto di vista giuridico e fiscale, esistono già strumenti che potrebbero essere usati per contrastare almeno in parte questa deriva. I Comuni possono modulare l’imposta sugli immobili (IMU) per rendere meno conveniente tenere seconde case vuote e più favorevole l’affitto a lungo termine ai residenti. Possono inserire nei piani urbanistici vincoli di destinazione d’uso, per preservare quote di alloggi destinati a residenza stabile. A livello statale, la disciplina fiscale degli affitti (come la cedolare secca) può essere adattata per premiare i contratti annuali rispetto a quelli brevi, almeno in zone classificate come ad alta tensione abitativa.
Le Province autonome, in particolare, dispongono di ulteriori strumenti, come le abitazioni convenzionate e i vincoli che impediscono di trasformare liberamente certi alloggi da residenziali a turistici, proprio per garantire che una parte del patrimonio abitativo resti destinata a chi in quei territori vive e lavora. L’efficacia di questi strumenti dipende, però, da come vengono disegnati e applicati: dalla severità dei controlli, dall’entità della leva fiscale, dalla coerenza con le strategie turistiche.
Ancora una volta, il punto non è solo ciò che esiste sulla carta, ma ciò che viene davvero attuato. Senza politiche abitative esplicite, il rischio è che le Dolomiti diventino luoghi sempre più difficili da abitare stabilmente e sempre più facili da vivere per pochi giorni l’anno.
Un sistema unico: perché sanità, mobilità e casa non possono essere separati
Vista da vicino, ogni valle dolomitica ha la sua storia, i suoi problemi specifici, le sue sfumature. Ma se si fa un passo indietro, emerge un disegno comune. La sanità di montagna è messa alla prova dalla carenza di personale, dalla distanza dai grandi poli, dal peso crescente che ricade su strutture territoriali già fragili. La mobilità è spesso sufficiente per chi si muove occasionalmente o da turista, ma inadeguata per chi ha bisogno di spostarsi con regolarità verso ospedali, luoghi di lavoro, servizi essenziali. La casa diventa un bene sempre più difficile da garantire a chi vuole restare, soprattutto nei centri a più alta intensità turistica.
Questi tre piani, nella vita concreta, sono intrecciati. Se un servizio sanitario viene centralizzato, chi vive in una valle periferica deve spostarsi di più e più spesso: senza un trasporto pubblico adeguato, l’accesso alle cure diventa un problema non solo di sanità, ma di mobilità. Se un medico, un infermiere o un autista di autobus non trovano un alloggio a un prezzo compatibile con il loro stipendio, saranno meno incentivati a lavorare e restare in montagna: la carenza di personale sanitario e di conducenti rafforza il circolo vizioso. Se i giovani non trovano casa, lasciano il territorio; se il territorio perde giovani, perde anche una parte di domanda di servizi e di forza sociale per rivendicarli.
Dal punto di vista normativo, le Dolomiti non sono prive di strumenti. Le Regioni e le Province possono riconoscere la specificità della montagna, destinare risorse mirate, costruire modelli sanitari e di trasporto adattati alla geografia, intervenire sulle politiche abitative. Lo Stato può differenziare regimi fiscali, sostenere i comuni montani, favorire progetti nelle aree interne. L’Unione Europea mette a disposizione fondi per la coesione territoriale, che comprendono anche le zone alpine. Gli strumenti esistono; la sfida è usarli in modo coordinato per un obiettivo chiaro: rendere possibile vivere in montagna con diritti non inferiori a quelli di chi vive altrove, pur dentro le peculiarità del territorio.
Per questo, parlare di “sistema Dolomiti” non è solo un esercizio retorico. Significa riconoscere che la montagna, per restare viva, ha bisogno di un progetto comune. Un progetto che non si limiti a intervenire dove il danno è già visibile – il reparto che chiude, il medico che se ne va, la fermata soppressa – ma che prevenga l’erosione lenta che trasforma il diritto a restare in una scelta sempre più difficile.
In questo quadro, la “montagna che resiste” non è quella idealizzata, forte per definizione. È una montagna esposta, che porta addosso il peso di scelte politiche, organizzative, fiscali. Raccontarla in modo rigoroso, esplicito, comprensibile a chi non conosce i dettagli locali, è un passo necessario per passare dal malessere diffuso a una discussione pubblica informata. Perché nessuno, leggendo, possa dire: “Non avevo capito che era così.”




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