di Gian Franco Pinna.

Le Olimpiadi non sono ancora iniziate, ma una cosa è già evidente, almeno per me: non sono più quelle che abbiamo conosciuto, né quelle che ci hanno fatto sognare. Non sono più un evento solo sportivo, ma un gigantesco dispositivo economico, politico e mediatico che usa lo sport come pretesto. E mentre il ministro dello Sport Andrea Abodi ripete che “le Olimpiadi dobbiamo farle”, la domanda vera è un’altra: che cosa stiamo facendo delle Olimpiadi?


E soprattutto: che cosa le Olimpiadi stanno facendo di noi, dei territori, delle comunità, dello sport?

Perché un evento nato per celebrare l’essere umano sembra oggi celebrare tutto tranne l’essere umano.

Eppure — ed è giusto dirlo subito — lo spirito olimpico non è morto negli atleti.
In loro vive, alberga, pulsa. Si sono preparati per anni, hanno sacrificato tutto, e oggi il loro respiro è più forte perché il momento si avvicina e l’adrenalina sale.
Nel cuore degli atleti lo spirito olimpico è ancora integro, puro, incrollabile.
Sono loro a portarlo avanti, nonostante tutto ciò che li circonda.

Ed è proprio questo contrasto — tra la purezza del gesto atletico e la complessità del sistema che lo sovrasta — a rendere ancora più evidente quanto le Olimpiadi, come evento, si siano allontanate dal loro pubblico.


La Frattura insanabile. La soluzione è distruggere il modello Olimpiade.

Le Olimpiadi moderne sono state disegnate su misura per le megalopoli (Londra, Pechino, Tokyo, Parigi), città capaci di assorbire l’impatto di un simile “dispositivo economico” senza esserne stravolte. Portare questo modello, che non si è voluto ridimensionare, in un contesto alpino diffuso e fragile, ha creato una frattura. Cortina non è una metropoli che ospita un evento; è un paese che viene inglobato da un sistema.

Le Olimpiadi mi hanno sempre affascinato.
Sentivo quello spirito agonistico, quella tensione pulita, quella sportività che si pretende da un atleta.
Per anni non ho capito se fossi io ad allontanarmi dalle Olimpiadi o se fossero le Olimpiadi ad allontanarsi dal loro pubblico.

Ora che l’evento lo vivrò in casa, tra pochi giorni, mi accorgo di una cosa che non avrei mai immaginato: non sento attrazione per gli atleti.
E mi chiedo perché.

Quando Luca Zaia annunciò la candidatura nel 2018, ero entusiasta dell’idea.
Molto meno — anzi, per niente — della scelta di mettere insieme Milano, Cortina e Torino e poi quest’ultima rinunciò.
Già allora mi colpì quella dispersione geografica in stile calcio moderno: non più un luogo unico, non più un villaggio olimpico, non più un centro simbolico. Un evento spezzettato, frammentato, diluito.

E sì, so cosa state pensando: oggi è impossibile ospitare un evento di questa portata in un piccolo centro come Cortina.
Ma è proprio questo il punto. Abbiamo costruito Giochi così grandi da perdere di vista ciò che dovrebbe restare, nella sua grandezza, piccolo: l’atleta, la persona, il gesto.

Che Olimpiadi sono diventate quelle che non possono più essere ospitate da una comunità, ma solo da un sistema?
Come siamo arrivati a costruire un carrozzone sportivo così enorme, così pesante, così distante dalla sua stessa ragione d’essere?
Perché abbiamo accettato che lo sport venisse dilatato, gonfiato, stratificato fino a diventare un apparato che schiaccia tutto ciò che tocca?

E soprattutto: quando abbiamo iniziato a trasformare l’atleta in un simbolo nazionale prima che in un essere umano?
Quando abbiamo deciso che dovesse incarnare la bandiera, lo Stato, la geopolitica, fino a renderlo un corpo da proteggere, blindare, distanziare dal pubblico?

Quando è successo che l’atleta è diventato un “bersaglio potenziale”, un’entità da isolare, invece che una persona da avvicinare?

In questo processo, l’atleta ha smesso di essere un volto e ha iniziato a essere un vessillo. E un vessillo, per definizione, non si avvicina: si espone da lontano.

Badate che questo succede solo alle Olimpiadi e ai Campionati del Mondo di calcio.

Questa trasformazione non è un dettaglio: è la radice del problema.
Perché se l’atleta diventa un’icona da difendere, la militarizzazione dell’evento, le zone rosse, la distanza fisica, uccidono l’empatia. Se non posso vedere il sudore, se non posso incrociare lo sguardo dell’atleta senza un filtro di sicurezza, l’atleta diventa un ologramma televisivo. E se è solo un’immagine televisiva, allora tanto valeva guardarla dal divano, rendendo inutile la presenza fisica dell’evento sul territorio. È la morte dell’esperienza umana a favore della fruizione mediatica.

E così, centimetro dopo centimetro, lo sport si allontana dal suo pubblico, fino a diventare un’immagine da guardare da lontano, non un’esperienza da vivere.

Il sogno della denazionalizzazione, il mio desiderio finale che ne parlerò in chiusura— un’Olimpiade senza medagliere per nazioni — è un’utopia bellissima e necessaria.


Un carrozzone che non si fa amare.

Ogni Olimpiade porta con sé una promessa: “lasceremo infrastrutture permanenti”.
Ma la realtà è che il vero motore economico non è lo sport, è il mattone.

Negli ultimi anni, in tutte le località olimpiche — Cortina in primis — abbiamo assistito a un rialzo immobiliare fuori scala, con seconde case trasformate in asset finanziari e operazioni immobiliari mascherate da “eredità olimpica”. Hotel ristrutturati con fondi pubblici, residence nati per l’evento e destinati al mercato del lusso, strutture ricettive ampliate grazie a deroghe straordinarie: tutto concorre a un’unica direzione, quella di un territorio che si trasforma in un parco tematico dell’ospitalità.

Il paradosso è evidente: si parla di Olimpiadi come evento per tutti, ma si costruisce un territorio per pochi.
Le case diventano irraggiungibili per i residenti, gli affitti annuali scompaiono, la popolazione locale viene spinta fuori dal mercato.

Trasformare le case in asset finanziari e il territorio in un “parco a tema” è un processo irreversibile. Quando le luci si spegneranno tra poche settimane, rimarrà una Cortina ancora più esclusiva, nel senso letterale del termine: che esclude chi non ha un determinato potere d’acquisto. Lo sport è stato il cavallo di Troia per una riqualificazione immobiliare che, senza l’urgenza dell’evento (e le relative deroghe), avrebbe impiegato decenni o non sarebbe mai avvenuta in questi termini.

Non posso più sopportare questo carrozzone pieno come l’uovo dalla gallina d’oro, popolato da personaggi che nulla hanno a che fare con lo sport vero. Sotto la sua egida si strappano fondi, si moltiplicano consulenze, si pagano ruoli con stipendi da nababbi. Il presidente del CIO incassa 225.000 euro l’anno, mentre i membri ricevono indennità giornaliere e compensi che nessun atleta vedrà mai in tutta la sua carriera.

E prima ancora di parlare di stipendi, appalti e privilegi, c’è una domanda che non riesco più a scacciare: era davvero l’unica strada percorribile? Era davvero necessario costruire una Fondazione ibrida, opaca, piena di figure in potenziale conflitto di interessi? Era davvero inevitabile creare una società ad hoc come SIMICO, con poteri straordinari e durata prorogata ben oltre i Giochi? Ci hanno detto che serviva per “evitare infiltrazioni”, per “accelerare i lavori”, per “proteggere l’evento”. Ma la storia italiana ci insegna che la trasparenza protegge più delle scorciatoie, e che la concentrazione di potere non previene la corruzione: la rende solo più difficile da vedere.

E allora mi chiedo se questa struttura sia nata per difendere le Olimpiadi, o per difendere chi le governa. E tutto questo mentre gli atleti — quelli veri — si allenano all’alba, in silenzio, senza sapere se avranno un posto sul podio o un letto nel villaggio.


L’ospitalità turistica: finanziamenti ad hoc, benefici per pochi

Il settore turistico è quello che beneficia di più dei finanziamenti olimpici.
Non perché lo sport lo richieda, ma perché l’evento diventa un’occasione per ristrutturare hotel, ampliare strutture ricettive, ottenere deroghe urbanistiche, accedere a fondi straordinari e aumentare i prezzi in vista dell’evento.

Si crea così un ecosistema dove il turista olimpico è privilegiato, il turista “normale” viene escluso, il residente diventa un ostacolo (vedi i Pass) e il territorio un prodotto.
E tutto questo viene presentato come “sviluppo”, e i limiti come “necessari”.


Il territorio che ospita i Giochi: entusiasmo, stanchezza e una delusione che cresce

Negli ultimi due anni, leggendo la stampa e ascoltando i rumori dei social, emerge un quadro netto: il territorio non è euforico. È diviso, stanco, disilluso.

C’è entusiasmo, certo, ma cresce una sensazione diffusa di smarrimento.
Le deroghe urbanistiche concesse in nome dell’urgenza, gli ampliamenti di strutture ricettive, i cantieri temporanei diventati permanenti, le aree verdi trasformate in parcheggi, i boschi tagliati per esigenze logistiche: tutto questo ha lasciato un segno profondo. Non entriamo nelle aree di rischio frana ecc.
Sui social, soprattutto negli ultimi due mesi, si legge un sentimento chiaro: la montagna sta pagando un prezzo altissimo per un evento che dura due settimane più una, non meno importante ma sempre molto dispendiosa.

E paradossalmente, chi vive qui non avrà nemmeno la possibilità di incontrare davvero gli atleti, di guardarli negli occhi, di sentirli parte della comunità.

La stampa ha riportato contestazioni su appalti, sospetti su consulenze, forniture contestate, lavori in ritardo o eseguiti male, consegne temporanee per poi riprendere i lavori a fari spenti. Non serve accusare nessuno: basta leggere i titoli per capire che il clima non è sereno.

E poi c’è la frase che ricorre ovunque: “Non sono le nostre Olimpiadi.”
Non sono percepite come un evento della comunità, ma come un evento degli sponsor, dei tecnici, dei politici, dei VIP, dei pacchetti hospitality.

A questo si aggiunge la paura del dopo: infrastrutture inutili o sovradimensionate, costi che ricadranno sui residenti, un territorio trasformato e non più recuperabile, e qualche opera buona a fare da paciere (gallerie, nuove strade, ponti)


Lo spirito olimpico non abita più qui

Le Olimpiadi erano una celebrazione del gesto atletico puro.
Oggi gli atleti sono la parte meno visibile dell’intero apparato, schiacciati sotto comitati organizzatori mastodontici con stipendi da manager di prima categoria, infrastrutture che divorano miliardi, sponsor che dettano tempi e linguaggi, diritti televisivi che valgono più della competizione, protocolli e negoziati che regolano ogni centimetro della loro presenza.

L’atleta è diventato un dettaglio.
Un elemento accessorio di un ecosistema che vive di tutt’altro.

Eppure lo spirito olimpico nasce da un dettaglio: un corpo che si muove, un respiro che accelera, un gesto che appartiene a tutti (mi viene in mente il tiro con la pistola fatto con una mano, in maglietta e senza cuffie).


Il denaro come unico principio regolatore

Lo sport non è più un linguaggio universale: è un settore economico.
E come ogni settore economico, risponde a una sola logica: massimizzare il profitto.

Biglietti minori a partire da 30 euro ma molti eventi superano i 200 euro, e le finali o i pacchetti premium arrivano fino a 5.000 euro, hospitality da 600 euro, villaggi olimpici trasformati in operazioni immobiliari, sponsor che decidono cosa merita visibilità, federazioni che trattano come aziende quotate: tutto concorre a un’unica direzione.
Il risultato è un paradosso: lo sport nato per essere popolare diventa inaccessibile proprio al popolo.

E quando il popolo non può più “vedere e vivere” gli atleti nel loro campo, allora l’Olimpiade smette di essere un incontro e diventa una vetrina.


La retorica delle infrastrutture: lo scudo perfetto

Ogni critica viene neutralizzata con la promessa di “infrastrutture permanenti”.
È un repertorio retorico collaudato, che funziona perché tocca corde sensibili: sviluppo, modernità, opportunità.
Ma questa narrazione diventa uno strumento potentissimo per condizionare l’opinione pubblica, spingendola ad accettare costi enormi in nome di un beneficio futuro che spesso resta sulla carta.


Discipline che non c’entrano nulla con l’Olimpo

L’inclusione di nuove discipline non è più guidata dal valore atletico, ma dal valore commerciale.
Lo spirito olimpico nasce dal gesto atletico universale; oggi invece assistiamo a discipline scelte per attrarre nuovi segmenti di pubblico, generare engagement, vendere diritti televisivi.
È un’Olimpiade che non cerca più l’eccellenza sportiva, ma la redditività.


Ciò che resta e ciò che abbiamo perso

Le Olimpiadi non sono più un evento sportivo.
Sono un evento politico, economico, immobiliare, mediatico.
Un gigantesco dispositivo che usa lo sport come giustificazione e i territori come scenografia.

E quando Abodi dice “dobbiamo farle”, sta dicendo esattamente questo: non possiamo fermare la macchina, anche se ha perso la sua anima.

Ma allora che cosa resta?

Resta lo sport vero, quello che non ha bisogno di cerimonie.
Resta l’atleta che si allena all’alba, lontano dai riflettori.
Resta la fatica, la disciplina, la bellezza del gesto.
Resta ciò che le Olimpiadi avrebbero dovuto proteggere e che invece hanno sacrificato.

Le Olimpiadi “dobbiamo farle”, dice il ministro.
Forse sì.
Ma ciò che dovevano essere lo abbiamo già perduto.
E non sarà un ponte, un hotel ristrutturato o un villaggio olimpico a restituircelo.

Mi auguro — e lo dico a malincuore — che queste siano le ultime Olimpiadi in Italia. Non perché lo sport non meriti di essere celebrato, ma perché merita di essere liberato. Liberato da un apparato che lo soffoca, da un Comitato che lo ha allontanato dal suo spirito, da una macchina che sembra vivere più di sé stessa che degli atleti.

L’ossessione per il medagliere trasforma la competizione in una guerra surrogata (neanche troppo velata). Eliminare le bandiere e lasciare solo i nomi restituirebbe all’atleta la sua dignità di individuo. Non più un soldato che porta lustro al PIL o al prestigio del suo Paese, ma un essere umano che ha superato un limite. Sarebbe l’unico modo per tornare a quello spirito “integro e puro” che sopravvive ormai quasi solo nel cuore di chi gareggia, assediato dal marketing.

Sarò un nostalgico, ma questo sono.

Sogno una Olimpiade senza un medagliere per Nazioni, ma per Atleta, e sogno che l’atleta sventola la sua bandiera, per salutare la sua gente, non per farla salire sul podio.

Sogno un’Olimpiade dove la vittoria non è un affare geopolitico, ma un gesto umano.

Perché finché continueremo a contare le medaglie per Paese, continueremo a trasformare lo sport in una guerra simbolica. E finché l’atleta sarà un emissario della sua nazione, e non un individuo, continueremo a proteggerlo, isolarlo, distanziarlo. Continueremo a perdere ciò che rende lo sport universale: la sua capacità di unire, non di dividere.

Sogno che nel mondo nasca un movimento capace di riportare l’Olimpiade alla sua gente. Che restituisca allo sport la sua dimensione umana, popolare, condivisa. Che rimetta al centro il gesto atletico, non il protocollo; la fatica, non la scenografia; la comunità, non il marketing.

Perché oggi, guardandomi attorno, gli unici sorrisi che vedo sono quelli dei dirigenti, degli imprenditori, dei politici. Non vedo il sorriso della gente che aspetta gli atleti, perché ormai non sa più chi guardare, dove guardare, cosa guardare. Non vedo l’attesa, la curiosità, la partecipazione. Vedo distanza.

E so già che i sorrisi e la gioia degli atleti — quelli veri, quelli sudati, quelli conquistati — saranno usati come cornice perfetta per pubblicizzare la prossima Olimpiade. Saranno messi in vetrina, confezionati, trasformati in spot. Ancora una volta, il sistema userà la loro autenticità per coprire la propria artificiosità.

Ma lo spirito olimpico non vive nei comitati, nei consigli di amministrazione, nei palchi delle autorità. Vive negli atleti. E finché continueremo a costruire Olimpiadi che li separano dalla gente, continueremo a tradire ciò che l’Olimpiade dovrebbe essere.


Lascia un commento

In voga